La festa di San Giuseppe ad Orsomarso, in Calabria: “‘U mmito”

  admin   Apr 19, 2017   Calabria, i luoghi, Primo Piano   0 Comment

A Orsomarso in Calabria, nell’Alto Tirreno Cosentino, ogni anno in occasione della festività di San Giuseppe, è possibile immergersi nella cultura antropologica del luogo, dove la religiosità si intreccia con i riti agresti, propiziatori di buoni raccolti.
Si tramanda un’antica e molto sentita tradizione popolare, “’u mmito”, che nel dialetto locale significa “invito”, ossia la preparazione di un banchetto, fatta per devozione, voto o grazia ricevuta, che viene offerto, secondo un preciso rituale, ad amici e vicini. In passato l’usanza voleva che gli invitati venissero scelti tra le persone più bisognose, a conferma della derivazione medioevale dal gesto magnanimo dei signori che una volta all’anno, proprio in occasione della festa di San Giuseppe, solevano offrire un pasto caldo e nutriente ai propri sudditi. Oggi la padrona di casa può invitare le persone a prescindere dallo stato di bisogno, privilegiando i rapporti familiari e di amicizia (“mmitu apirtu“).

Secondo il rituale, dopo la celebrazione della Santa Messa, una volta preso posto gli invitati al banchetto, i Santi, dodici come il numero degli Apostoli e con “San Giuseppe” a capotavola, hanno inizio le “litanie” per San Giuseppe. La “devota”, in ginocchio, fa il giro della tavola baciando la mano a tutti i commensali che, rimanendo in assoluto silenzio, provano un solo cucchiaio di ogni pietanza loro servita. Tutti i cibi del “mmitu”, dopo l’assaggio, vengono portati via per essere divisi in tanti contenitori e consegnati, insieme al pane, ai commensali che, a loro volta, li distribuiranno scegliendo tra parenti, vicini, malati. Un pezzo di pane verrà portato ai bambini piccoli che ritardano a parlare o soffrono di balbuzie.

La preparazione del pasto è un impegno notevole che, tra ritualità e quantità, richiede tanto lavoro e un’accurata programmazione che parte già dall’estate precedente con l’essiccazione di fichi, zucchine e peperoni, prosegue nei giorni precedenti impastando il pane e cuocendolo nel forno a legna, raccogliendo nei campi la cicoria e il finocchio selvatico e negli orti la scarola e i “spicatiddi ri cavuli”, mettendo a bagno il baccalà per dissalarlo e i legumi secchi per farli ammorbidire. Il giorno prima in tante pignate di terracotta, al calore della brace del camino, verranno cotti i legumi (fagioli, fave, ceci, cicerchie e lenticchie), ‘a savuza (le zucchine secche) e ‘a minestra. Il giorno della festa, devono essere pronte anche le ultime pietanze prima che inizi il rito: i tajiulini e il riso cu i fasuli, l’uspri, i grispeddi, il baccalà, l’insalata.

La tavola viene apparecchiata semplicemente con una tovaglia bianca e, per ogni commensale, le posate, un bicchiere di vino e una forma di pane che la devota, dopo aver baciato la mano a tutti, toglie prima di iniziare a servire le varie pietanze. Si comincia con l’insalata, poi i tagliolini, il riso e, di seguito, tutti gli altri cibi, terminando con le noci e una treccia di fichi secchi. Rigorosamente solo un assaggio da ogni piatto.


Alla fine del pasto il pane viene rimesso sul tavolo, si recitano nuovamente le “litanie”, la devota ripete in ginocchio il giro del tavolo per baciare la mano ai Santi e, prima di congedarli, da ogni panella taglia un pezzetto di pane per la propria famiglia.

Serenella Gagliardi

Si ringrazia della cortese collaborazione e del contributo fotografico l’Associazione Culturale “La Peonia Peregrina” che da anni spende il proprio impegno per la conoscenza e la valorizzazione delle tradizioni popolari locali.

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*